Il calendario era fermo su agosto, ma il profumo d’erba bagnata e le All Stars che non bastavano a tenerle caldi i piedi avrebbero giurato che qualcuno, lì, si stava sbagliando.
“Ti passo a prendere fra venti minuti. Mi raccomando, prendi su una felpa” le aveva detto solo questo, e lei, come suo solito, non aveva saputo trattenersi dal lasciarsi coinvolgere in una serata dai contorni così sfumati e imprevedibili.
Erano oramai già le dieci passate, suo padre aveva storto il naso a saperla uscire a quell’ora senza maggiori informazioni su dove stava andando e a fare cosa, ma lei l’aveva rassicurato con un bacio precipitoso sulla fronte ed era corsa fuori, con la sua felpa viola sotto braccio.
Lui lo conosceva dai tempi della scuola, fin da quando ogni mattina si trovavano con la solita compagnia esattamente al centro del cortile interno del Liceo per scambiare due battute e un paio di pizzette della pasticceria a fianco. Avevano sempre avuto un rapporto d’amore/odio, troppo diversi per andare d’accordo, troppo simili per non sentire fin dal primo istante quell’attrazione chimica che è imprevedibile, inevitabile ed incurabile.
Non lo vedeva da mesi. Ormai erano passati anni dall’ultimo caffè preso insieme alla macchinetta del primo piano, i loro percorsi si erano separati, ma è strano quello che accade con certe anime, come se fossero destinate a rincorrersi per tutta la vita, mai immemori l’una dell’esistenza dell’altra.
Appena salita in macchina riconobbe il profumo di tabacco e rosmarino che accompagnava il suo compagno di scuola e, mettendosi seduta con le gambe incrociate sul sedile del passeggero, gli sorrise spensierata e curiosa di sapere cosa l’attendeva.
“Capelli sempre più corti a quanto vedo, eh?” gli disse allegra incominciando così la solita schermaglia di complimenti travestiti da insulti.
“Tanto lo so che ti piaccio indipendentemente dal taglio” le rispose lui di rimando.
“Sfrontato come sempre. Allora dove mi porti di bello?”
“Sai benissimo che dirtelo non sarebbe nel mio stile” e per non lasciare spazio ad altre domande accese la radio. “Buonasera Signorina” di Fred Buscaglione riempì ogni singola particella dell’autovettura e, mentre lo sguardo di lei si illuminava al suono di una canzone d’altri tempi, partirono.
Dopo una mezz’oretta l’auto si fermò in mezzo al nulla e solo allora lei si rese conto di essere arrivata a destinazione, qualunque essa fosse. Impegnata com’era a cantare e a tenere testa ai soliti battibecchi non aveva minimamente prestato attenzione alla strada ed ora si ritrovava ai margini di un piccolo sentiero sterrato sotto le fronde di un grande albero quasi invisibile nel buio della notte.
Il suo cavaliere era già sceso dell’auto e rovistava nel bagagliaio.
“Se non ti conoscessi, comincerei quasi ad avere paura. Si può sapere dove mi hai portata?” gli chiese.
Con aria trionfante, una torcia in una mano e una chitarra nell’altra lui le sorrise e precisò: “Non siamo ancora arrivati. Dammi la mano e seguimi, non ho mai fatto questa strada al buio”
“Ok, ora anche se ti conosco ho paura lo stesso” disse lei tentando di mascherare l’ansia con un po’ di umorismo.
“Fidati di me” e lei si fidò. Il mondo ancora non conosce donna capace di resistere al fascino di questa frase.
Scavalcato un piccolo steccato cominciarono a camminare lungo un sentiero tracciato nell’erba alta illuminato unicamente dalla luce della torcia di lui e dalla luna che aveva scelto la notte giusta per mostrarsi nella sua maestosa e dolce interezza. Dopo qualche minuto l’erba alta si tramutò in alberi e rovi, il percorso si fece un po’ più accidentato e tenere a bada i ricordi di film dell’orrore e la faccia preoccupata di suo padre fu sempre più difficile finché, finalmente, arrivarono a destinazione.
“Ti piace?” le chiese lui. “Venivo sempre qui da piccolo, casa di mia nonna era poco distante. Ci passavo giornate intere”
E lei non fece fatica a capirne il perché. Si trovavano esattamente sotto ad un ponte della linea ferroviaria, poco distante un fiume tranquillo cadeva con una piccola cascata in un laghetto circondato da alberi. Era uno di quei posti sereni dove poter fuggire lontano da tutti senza bisogno di fare troppa strada. Il genere di posto che lei andava segretamente cercando ogni volta che usciva di casa, da aggiungere alla sua lista di nascondigli.
Lui la guardò e capì dal suo sguardo la risposta. Sorrise compiaciuto e con un piccolo occhiolino la prese per mano e si stendettero lì, vicino al fiume, a guardar le stelle.
“E’ bellissimo” rispose finalmente lei.
“Sono ancora capace di stupirti eh?”
Si voltarono a guardarsi e dopo qualche lungo secondo di fermo immagine dove gli occhi dell’uno si ritrovarono a cercare qualcosa in quelli dell’altro, lui abbassò lo sguardo, prese la chitarra e cominciò a suonare.
La voce di lei seguì le sue note iniziando così un piccolo concerto notturno improvvisato ai bordi di un’acqua che scorreva come se niente fosse diverso. Chissà se le importava qualcosa, a lei, di quella serenata..
Poi, all’improvviso, un fischio, seguito dallo sferragliante rumore di un treno. Il braccio di lei, istintivo, spaventato, cercò riparo vicino a quello di lui e furono obbligati a guardarsi, vicini, ancora una volta.
“Io proprio non lo so perché non ci provo con te” confessò lui.
Nessun dei due si avvicinò o continuò a parlare. Quei momenti che visti dall’esterno non sono altro che istanti a chi li vive in prima persona sembrano secoli tanti sono gli impulsi e i pensieri che li attraversano. Poi il treno passò e il silenzio tornò a riempire gli spazi vuoti.
Prendendo la sua decisione, lei alzò lo sguardo e cominciò a cantare “Non ti fidar di un bacio a mezzanotte, se c’è la luna non ti fidar” guardandolo con quegli occhi furbi che tanto avevano riempito le loro giornate e lui infine rise. Rise di lei, di lui, e di quelle stelle galeotte, riprese in mano la chitarra e così anche il loro piccolo concerto.
Quando tornarono a casa era ormai l’alba. Lei sperava che suo babbo dormisse profondamente e non si rendesse conto dell’orario, altrimenti la prossima volta sarebbe stato più difficile sfuggire alla romanzina con un unico veloce bacio sulla fronte.
“Grazie per la serata allora” gli disse sorridendo.
“Grazie a te per aver accettato questa follia all’ultimo minuto”
“E’ sempre un piacere, essere complice delle tue follie”
Lui le sorrise e così come era entrata, senza salutare, come se tutte le volte che trascorrevano del tempo insieme facessero parte di un unico grande incontro, lei aprì lo sportello e scese dall’auto. Trovò dentro la borsa le chiavi per aprire il cancello e mentre avvicinava la mano alla serratura alzò lo sguardo, verso quella macchina che si allontanava in retromarcia e, per un istante, si chiese se non avessero fatto altro che creare l’ennesimo rimpianto.
Tutto questo non è mai successo.
O meglio, si tratta di volti e sguardi sovrapposti, immagini distanti fra loro nel tempo e nello spazio, piccoli dettagli presi qua e là e poi concatenati fino a formare un insieme. Il tutto per descrivere, o meglio, per provare a descrivere un rullo di tamburi.
L’ho fatto spesso, e la maggior parte delle volte a mio discapito, portare lentamente situazioni al massimo della tensione, creare un vortice di sensazioni sempre più indomabili, talmente sfumate e prive di contorni da risultare incomprensibili.
Mi spingevo sempre fino al limite. Portavo i piedi fino al bordo del burrone, anzi, un po’ più in là, con le dita che già pregustavano il senso di vuoto e poi una volta lì, e soltanto lì, lasciavo che la razionalità uscisse dal suo recinto e cominciasse a combattere il mio istinto.
Non ho mai tenuto un punteggio, ma era uno scontro ad armi pari, ogni tanto vinceva lei prima di tornarsene pacifica nel suo angolino, ogni tanto vinceva lui e allora mi buttavo nel vuoto.
Lo faccio ancora, in realtà, a volte.
Ma penso sia più una fase adolescenziale.
Più cresci più la razionalità che tanto tenevi a bada diventa grande e forte, e il risultato della lotta smette di essere imprevedibile. Tanto che, alle volte, non vale nemmeno la pena di combattere.
Del grande contrasto fra ragione e sentimento hanno parlato tutti i Grandi, ed io grande non sono. Ho piccole esperienze, un piccolo mondo, un piccolo egocentrismo -dettaglio che accomuna chiunque scriva, puoi ambientare storie anche in galassie lontane, ma alla fine dei conti non fai altro che parlare di te stesso. Non posseggo nessuna grande verità, ma nel mio piccolo, per me e per me sola, qualcosa l’ho capita.
Ho capito che infondo ho sempre fatto il tifo per l’una o per l’altro, e questo ha influenzato la vittoria finale.
Che tutti gli sbagli che non ho fatto, tutti i baci che non ho dato, tutte le volte che non mi sono buttata, mi sono fermata per un motivo e non provo alcun rimpianto. Anzi, quei momenti, quei rulli di tamburo, sono fra i miei ricordi più belli e spesso la mia immaginazione va a prendere spunto proprio da lì.
Che tutti gli errori che invece ho commesso, quei baci ho dato lo stesso fregandomene di ogni consiglio e raziocinio hanno sempre te per protagonista.
E allora, forse, non mi sbagliavo più di tanto.
Sei sempre stato il mio paracadute.
Quelle mille volte in cui ripensi alle cose e ne modifichi le azioni del soggetto (cioè sempre e soltanto tu) e ti immagini il seguito neanche fosse sliding doors…ci vivo dentro da sempre!

keep on going!
Quei mille fogli sparsi un po’ ovunque, quel profumo di casa, quelle due note spaiate in una canzone, quelle parole del film, sono tutte cose che non dimentichiamo mai, nonostante la nostra vita sembri passare come quel treno che hai citato, pochi attimi, tanto rumore e magari pure un po’ di vibrazioni tutte attorno.
Eppure la nostra vita è questa e almeno fino ad ora riguandando indietro capiamo che gli errori sono stati fatti e sono stati risolti grazie a qualcun’altro che ci è stato vicino e che magari ci ha fatto anche dire, fortuna che ho sbagliato (così ti ho incontrato!)
Dede leggere il tuo blog è un piacere, come sempre!
quante conversazioni rivissute, quante situazioni studiate nei ricordi fino al più preciso dettaglio immaginando cosa sarebbe successo se avessi detto, se avessi fatto, quanti finali diversi che nella realtà non vivremo mai. L’altro giorno mi sono soffermata in macchina a riflettere (non ho idea del perché, ma rifletto sempre in macchina, se mi togliessero la patente la mia mente andrebbe in black out) su un bacio che non ho dato e da lì sono passata a pensare agli errori che non ho fatto ed è venuto fuori tutto questo.. Che forse in grande non è niente di importante, ma per me, nel mio piccolo, è stato il passaggio dal pensare di avere dei rimpianti alla consapevolezza che infondo non ne ho affatto. E’ tutto andato come doveva andare.
thank you, a lot
E’ sempre un piacere leggere i tuoi commenti
Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
Quante volte è capitato a me… E tutto finisce come vorrei… Proprio oggi in auto mentre tornavo a casa ho avuto una sorta di spinta di coraggio e ho immaginato la mia festa dei diciott’anni. E la mia confessione d’amore ad un ragazzo… per dire… Coraggio che neanche la maggiore età mi regalerà =)
mai dire mai =)
quante ho volte ho pensato di tenere un pensiero solo per me, poi all’occasione giusta scivola via..
darò il link ad una mia amica x questo post xk è davvero troppo bello, Dede =)
P.S. A volte le giornate stupende si vivono anche senza visioni… tipo la mia giornata di oggi ^^
Baci, Mary
mi fa solo che piacere =)
uh! felicissima di sapere della tua giornata stupenda, aspetterò col sorriso il tuo prossimo post per saperne di più =) davvero, davvero contenta =)
un bacio Mary
l’ormai tua fan – Dede