“Scrivere è come baciare”

La verità è che la vita non è una pagina bianca. E nemmeno lo è questo blog.
Per carità non rinnego nulla, neanche una sillaba e ricordi associati, ma sembra tutto così lontano che alla volte penso che se tornassi a scrivere qui il mio stesso blog mi guarderebbe e urlerebbe “e tu chi sei? via di qui che questa non è casa tua!”.
E’ sempre stato molto protettivo nei miei confronti, il mio blog. Come una casa. Che è ancora mia. Poco importa quanto faticherà a riconoscermi, sono sempre io ed è giusto ritrovarmi qui. Qui ho iniziato e qui devo continuare, anche solo per poter rileggere tutto quando “sarò grande” e riconoscermi o non riconoscermi affatto come già sta accadendo.
Ci riflettevo proprio stanotte, intorno alle due del mattino quando le riflessioni vengono fin troppo facili, appena finito di rileggere tutto di un fiato uno dei libri più dolci che mi siano mai capitati fra le mani. Ho chiuso l’ultima pagina e, a parte l’impulso irrefrenabile di scriverti, mi sono resa conto di quanto tempo sia passato dal momento in cui me l’hai regalato e di quanto invece ne sembra trascorso nella mia testa. Una vita intera. E non credo sia per via della quantità assurda di viaggi, avventure ed emozioni che mi sono capitate in questi pochi mesi (o perlomeno non solo!), penso sia per via di quello che tutto ciò ha prodotto in me, di quanto mi abbia cambiata anche se impercettibilmente ad occhio esterno. Chi mi ha letta attentamente negli anni passati lo sa, mi sono spesso descritta come una trottola impazzita o come una ragazza sull’orlo di un burrone o sulla linea di partenza, sempre attenta, pronta, in attesa. Mesi fa qualcuno finalmente ha dato un colpo di pistola e son partita. Mi sento in viaggio.
Destinazione: ancora non del tutto chiara. Resto aperta alle possibilità del mondo e ai cambi di direzione. 
Ma la sensazione di essere per strada è davvero meravigliosa e la novità più assoluta è che mi riempie di calma interiore.

Ah, per chi se lo stesse chiedendo, “uno dei libri più dolci che mi siano mai capitati fra le mani” è anche detto “Le ho mai raccontato del vento del Nord” di Daniel Glattauer. Se mai decideste di comprarlo, prendetelo insieme al suo seguito “La settima onda”, fidatevi, prima di impazzirci.

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Scrivi, mi dici.

Io scrivo spesso, in realtà.
Mi scrivo in testa, visualizzando frasi, ripetendole ad alta voce, spostando l’avverbio all’inizio e poi in fondo, rigirando il tutto, cancellando e ripartendo da capo.
Mi capita spesso davvero, sopratutto in macchina. Si riesce a far di tutto lasciando scorrere i chilometri dietro di sé come fossero una scia. E’ il modo migliore per ascoltare musica, il migliore per lasciarsi andare, il migliore per parlare con se stessi o con chi vorremmo ancora seduto sul sedile affianco. Io ci scrivo, in macchina. Mi lascio aiutare dall’atmosfera e mi perdo nei pensieri. Ho scritto di tutti questi mesi, descrivendo, a me stessa e ai fantasmi disposti ad ascoltarmi, tutti i momenti importanti e anche qualcuno che non lo era. Mi sono anche fermata, un paio di volte, in mezzo alla campagna, per ribaltare il sedile e cullarmi al ritmo di una mia stessa storia appena inventata. Ma poi finisce sempre che le tengo tutte rinchiuse lì. Mi riprometto di portarle in casa e trascriverle nero su bianco su un quaderno o su una pagina virtuale, ma poi..
Però volevo dirti questo, ecco. Io scrivo, non ho mai smesso. La voglia è sempre lì, accesa e presente.
E volevo ringraziarti per ogni spinta che mi dai. Fa bene al cuore sentirsi spronare di tanto in tanto. Spero di farci davvero qualcosa di buono, un giorno. Di arrivare davvero a comporre una parola dopo l’altra un mio mondo.
Intanto provo a ripartire da qui, sperando non sia un’altra promessa vana.
Di buone storie da raccontare ne ho tante, devo solo riuscire a farle scendere dall’auto.

Dedalicious.

E’ la terza volta che guardo nervosamente il cellulare nell’ultimo minuto e mezzo.
Ci siamo. La senti nell’aria quell’elettricità, quel profumo di momento importante, uno di quelli che ti resteranno impressi, di cui sai che non dimenticherai nemmeno i particolari, e allora li cerchi tutti, quei particolari, per farne scorta.
La signora che sta avviando la procedura ha i capelli rossi e dei grandissimi occhiali in tinta. Traffica fra timbri e fogli, tra le nostre venti e passa firme.
Io anche ho smalto rosso sulle unghie. C’è quasi da riderne di tutto questo rosso involontario nel giorno in cui stiamo per fondare ufficialmente un gruppo che porta il tuo nome.
La Zulia e la Pozzi sono sedute di fronte a me, entrambe con lo sguardo incollato ai quei fogli che presto prenderanno significato. Giovanni è in piedi al mio fianco, anche lui ha lo sguardo dritto, ma mi cerca con un braccio, sa che ne ho bisogno.
Dietro di noi una signora scalpita, aspetta che ci togliamo di torno per prendere il nostro posto. Vorrei dirle che anche io non vedo l’ora di uscire di lì per poter dire finalmente che esistiamo. E guardare l’orologio.
Voglio sapere l’ora.
Voglio sapere esattamente l’orario in cui la nostra associazione, la tua associazione, esisterà anche sulla carta.
Così, per pura cura dei particolari.
Lo sai che ho sempre avuto questo piccolo vizio. Sempre a cercare di riempire d’importanza anche la più piccola cosa, a cercare simboli, significati per costruire ricordi e racconti.
“Ecco, abbiamo finito” la signora al di là dello sportello ci riconsegna i fogli, la Zulia li ripone nella sua bellissima cartella ed è fatta.
Ultimo particolare.
Tiro fuori nuovamente il cellulare dalla tasca e col pollice spingo un tasto.
16.07.
07.
Ed io che pensavo fosse già abbastanza tutto quel rosso.

Sei dappertutto.

Monologhi che mi ostino a chiamare lettere pt. 2

E’ da un po’ che penso di scriverti oggi.
Avevo anche già il messaggio pronto nella mia testa, le parole giuste scelte accuratamente, tolte, rimesse, spostate, che se deve essere l’ultima volta che ti scrivo perlomeno che sia perfetta. Poi questa mattina mi sono svegliata e d’improvviso l’ho trovata una pessima idea. Non ho voglia di risvegliare fantasmi, non ho voglia di una tua risposta.
Voglio togliermi il dente senza conseguenze, e allora spero che scrivere qui conti comunque qualcosa.
Non so se si tratta di maturazione o di paura.
Fino a un anno fa non mi facevo mai problemi, se avevo un rospo da tirare fuori prendevo le persone da parte e, per quanto difficile fosse, per quanto inutile fosse, dicevo tutto quello che avevo da dire.
Adesso ho imparato a distinguere fra chi voglio ancora nella mia vita e le battaglie perse.
Ho imparato a lasciare andare.
Il 13 dicembre dell’anno scorso scrivevo “Non sono mai stata capace di perdere le persone. Mi hanno insegnato la lezione tante volte, è solo colpa mia se non l’ho mai imparata”. Ora, almeno riguardo a questo, sono tutt’altra persona.
Non posso controllare sempre tutto.
Mi ricordo quella sera, al tavolino di quel chiosco, con in mano un paio di piadine, quando parlavamo dei rapporti d’amicizia che finiscono. Mi ricordo che ti invidiavo per la tua capacità di chiudere definitivamente con le persone, come tu fossi capace di mettere il passato in una scatola e non riaprirla più. Immagino che adesso sia in una scatola pure io. Come è giusto che sia, infondo.
Un anno fa, per il mio compleanno, mi hai scritto che qualsiasi cosa fosse successa sarei sempre rimasta la tua costante.
Le cose cambiano, eh? Sappiamo entrambe che ormai non potremmo recuperare quello che avevamo, nemmeno volendo. Hai detto una bugia, hai detto una bugia grandissima e quella non posso dimenticarla, però volevo dirti che non sono più arrabbiata.
Sarà che adesso sono felice, sarà che è passato del tempo, ma non ti porto più rancore. Sei l’unica persona al mondo per cui abbia mai provato quella disgustosa sensazione – rancore – e dio, mi stava letteralmente divorando dentro.
Basta, adesso ho smesso.
Tutto quello che resta da fare è riuscire anche io a metterti in una scatola e andare avanti.
Spero che un buon passo per farlo sia dirti che ti auguro ogni bene possibile.
Sinceramente, spero che tu sia felice.
Buon compleanno.
Dede.

Te lo ricordi di venirmi a cercare?

Frantoio del Poggiolo. Fabbreria, frazione spersa nel verde dell’Umbria.
L’evento a cui dovevamo partecipare, Frantoi Aperti, era già iniziato da un po’. Prima avevamo perso la cognizione del tempo a Spoleto con tutte quelle scale mobili da salire e da scendere. Sembravamo due inglesi, sempre lì a chiedere permesso per guadagnare anche pochi minuti di tempo prezioso. Poi il tom tom ha dato di matto, sembrava che in mezzo a tutte quelle stradine, nemmeno lui ci capisse niente. Fatto sta che, dopo esserci decise a chiedere informazioni ad una pompa di benzina, siamo finalmente riuscite a raggiungere il frantoio.
“Bene, e adesso che siamo qui, dove sarà la degustazione?” chiedo a Cinzia, sveglia dalle sei del mattino e quindi più stanca di me.
“Non lo so, te cammina, da qualche parte prima o poi si arriva” e si infila su per una scala. – Qualcuno si chiede ancora come mai ci perdiamo sempre? –
Un miagolio attira la mia attenzione. Fra l’erba un bellissimo micione grigio mi guarda con giusto una zampina tesa nella mia direzione. Ormai, avendo a che fare spesso con Bi, l’ho imparato che se un gatto ti viene incontro di sua spontanea volontà un po’ di attenzione se l’aspetta.
“Ciao micio” mi chino e inizio ad accarezzarlo dietro le orecchie “me lo dici tu dove sono tutte le altre persone?”
“Si dai, portaci te” Cinzia si unisce alla mia richiesta.
Il gatto continua beato a sfregare la testa contro la mia mano, poi appena mi alzo per continuare la ricerca, mi precede di un passo su per le scale.
“Sta a vedere che ci porta per davvero” dico sorridendo.
Il gatto si ferma poco prima della porta del frantoio. Il suo lavoro di guida l’ha bello che fatto, io lo gratifico con un altro paio di grattini e sembriamo felici tutti e due.
“Siete arrivate proprio nel momento giusto! Abbiamo appena messo sul tavolo le bruschette con l’olio!”
La stanza non è molto ampia, dei macchinari per la produzione dell’olio d’oliva occupano la maggior parte dello spazio, ma ci stiamo tutti comodamente, noi due, più diverse coppie che probabilmente avevano voglia di passare un sabato pomeriggio diverso dal solito e di portarsi a casa qualche buon prodotto. Agguanto una bruschetta e mi metto accanto a Cinzia ad ascoltare attentamente il degustatore che mostra a noi tutti la tecnica giusta per degustare l’olio d’oliva.
Finita la spiegazione tutti scendono verso la sala conferenze dove avviene anche la vendita dei prodotti tipici del frantoio. Io e Cinzia ci tratteniamo un attimo e tiriamo fuori Adrianca dalla borsa. Adrianca, la nostra mascotte. Un pupazzo a forma di banana che abbiamo dotato, grazie al prezioso aiuto della mamma di Cinzia, anche di zainetto e berretta. Viaggia con noi, lei, e che viaggiatrice sarebbe senza? Le facciamo fare una foto accanto all’olio e raggiungiamo gli altri.
Ormai il sole è quasi tramontato. Sul frantoio scende la luce delicata di fine giornata e solo in quel momento mi accorgo di quanto sia bello il luogo. Tutto in pietra vista, circondato dal verde, con grandi alberi i cui rami finiscono per fare da cornice all’intero edificio.
Fuori dalla sala conferenza solo io, Cinzia, un padre e il suo bambino. Un bellissimo bambino castano di quattro-cinque anni che agita la mano del suo papà e con un sorriso a trentadue denti gli chiede “Papà, giochiamo a nascondino?”
Anche il padre sorride, sa che non può dirgli di no, e, chissà, forse sotto sotto non aspettava altro. Credo si diventi genitori anche per quello, per avere una buona scusa per ricominciare a giocare. “Va bene dai, però stiamo qui vicino, eh?”.
E allora succede una cosa bellissima. Il bambino gli prende una mano, lo porta all’angolo della casa e indica un punto dietro il muro.
“Lo vedi, papà? Lo vedi qui dietro al muro? Ecco, tu vai a contare lì e io mi metto qui, proprio qui dietro il muro. Te lo ricordi, papà? Te lo ricordi che sono qui?”
Ed ho pensato che era dolcissimo.
Ho pensato che forse anche noi giochiamo a nascondino senza accorgercene, involontariamente. C’è chi parte e da per scontato che gli altri lo cercheranno e c’è chi conta e forse nemmeno sa che qualcuno sta aspettando di essere trovato.
Forse dovremmo solo fare come quel bambino.
Prenderci per mano e dire “Lo vedi? Lo vedi quel punto? Si, proprio questo punto qui. Ecco, tu adesso vai a contare, poi vienimi a cercare, io ti aspetto. Sono qui. Te lo ricordi? Te lo ricordi vero di venirmi a cercare?”

Un anno di graffette

Credo che chiunque abbia seguito un minimo questo blog l’abbia capito che non sono il tipo da far scivolare via il passato. Anzi, sono più il genere di persona che lo tiene catalogato, tutto in ordine, in un cassetto neanche tanto nascosto.
Al liceo ogni anno vedevo il mio diario espandersi giorno dopo giorno per colpa di tutte quelle graffette colorate, i bigliettini, le foto.
Lo stesso vale per questo mio diario virtuale.
Wordpress mi ha fatto gli auguri per l’anniversario.
Ho visto la notifica tardi, ormai è già passato un altro mese, so di essere stata una compagnia un po’ scostante. Negli ultimi mesi ho attaccato pochi bigliettini con le mie graffette. Ma nonostante questo è incredibile quanto di me abbia riversato su queste pagine.
Pensieri, riflessioni, storie, racconti.
Io così riservata, così scettica a mandare parole – le mie parole – libere nel mondo.
E invece finisce che trovi una valvola di sfogo, finisce che riesci a comprenderti meglio, finisce che qualcuno ti legge, che anche tu ti ritrovi nelle parole di altri e inizi a sentirti in compagnia.

Cominciamo un altro anno. Come se fossi a scuola, ho cambiato l’aspetto di questo blog, ho comprato un nuovo diario, ma di diverso c’è solo la copertina. Dentro, piano piano, diventerà, anche questo, un insieme di storie attaccate con le graffette.

Un paio di pistole per guadagnarmi il sole

Io muovo le dita. Quando, ad esempio, voglio scacciare una sensazione spiacevole dal mio corpo, muovo le dita e cerco di fare uscire tutto dalle mani. Ho pensato che forse mi capita con tutte le emozioni, si spiegherebbe così il mio costante bisogno di toccare le persone che amo, il desiderio di mettere i pensieri per iscritto. Le mie mani sono il veicolo delle mie emozioni. Si stringono, si aprono, toccano, sentono e scrivono.
E’ tanto che ho voglia di scrivere quello che mi sta capitando. Se non lo faccio è solo perché ho paura di sprofondare invece di raccontare quanto c’è di bello.
Ho sempre pensato che ognuno di noi nel mondo cercasse qualcosa a cui appartenere. Non che ci appartenga, è più sottile di così, è una sensazione di luogo sicuro, di “casa”.
Qualcosa, qualcuno, che ci accolga come se ci aspettasse da sempre, lì, in un angolo dell’aeroporto con un cartello con su scritto il nostro nome sopra. Non sono una viaggiatrice distratta, cerco sempre quella sensazione di “casa”, di “giusto”.
E’ questo quello che sento per il teatro.
Una chiamata casuale il 24 settembre ed eccomi di nuovo in quel mondo dove “tutto è finto, ma niente è falso”.
Non ho più i piedi sul palcoscenico, questo no, il mio posto adesso è in prima fila, è dietro le quinte, è su quelle sedie scomodissime di quella piccola stanza dove facciamo le prove ogni martedì, ma mi sento comunque al posto giusto. E’ linfa vitale, è aria pulita che da energie e rigenera.
Tenere quel copione in mano, seguire i ragazzi nelle prove per portarli in scena, per me è un vero e proprio regalo.
Manu ha deciso di intitolare lo spettacolo “7”, non so nemmeno più se sono pazza io a vederti dappertutto oppure se ci sei davvero.
Viaggiare è un’altra cosa a cui appartengo. Nulla mi da più piacere di un bel viaggio verso un posto nuovo, ancora sconosciuto, e perdermi, viverlo fino infondo, magari in compagnia di qualcuno a cui tengo. Cinzia questo lo sa, per questo sabato mi porta in Umbria con lei.
Le premesse del nostro viaggio sul suo blog sono qualcosa di esilarante e chi ci ha definite “svitate con brio” credo si sia sbagliato di poco!
Ecco, anche Amicizie così riesco ad abitarle.
E’ difficile con le persone, non sono case facili. Le lasci pulite e le ritrovi piene di polvere o abitate da qualcun’altro. In poche si lasciano abitare davvero, e di queste, ancora meno continuano ad accoglierti per sempre. Qualsiasi cosa “per sempre” significhi.
Io posso ritenermi fortuna che qualcuno mi lasci appoggiare il cappotto, togliere le scarpe e riposarmi dai rumori del mondo, anche solo per un po’. Anche solo per il tempo di un abbraccio, di un sorriso, di uno sguardo in cui senti tutto quello che le parole non esprimono altrettanto bene. In cui ti senti al sicuro.
“Quello che non ho è un indirizzo in tasca” cantava De André in una delle sue poesie che più preferisco.
Io un paio d’indirizzi ce li ho.
Quello che mi frega è questa prateria…